L’Associazione Professionale Italiana di Danzamovimentoterapia (APID) definisce la danzamovimentoterapia come una disciplina specifica orientata a promuovere l’integrazione fisica, emotiva, cognitiva e relazionale, la maturità affettiva e psicosociale, la qualità della vita della persona e lo sviluppo del suo potenziale creativo. La specificità si riferisce al linguaggio del movimento corporeo, della danza e del processo creativo quali principali modalità di valutazione e d’intervento all’interno dei processi interpersonali finalizzati alla positiva evoluzione della persona.

Per danzamovimentoterapia deve, così, intendersi “l’uso del movimento come matrice espressiva comunicativa di stati interiori e quale possibilità di trasformazione psichica all’interno di un processo curativo mediante una relazione terapeutica (…..) Spontaneo movimento come parte integrante del processo creativo artistico che coniuga l’energia cinetica del movimento con l’esperienza spirituale ed emotiva di chi la compie” (Chodorow J., 1998).

Non, quindi, danza definita da canoni estetici ben strutturati, ma piuttosto insieme di movimenti che svelano ciò che si muove dentro ciascuno, riuscendo a creare, inoltre, nuovi significati e nuove connessioni di senso.

La danzamovimentoterapia continua a mantenere oggi tutto il potere comunicativo, integrativo e trasformativo insito nella danza da cui trae origine, in quanto permette di esprimere aspetti profondi di sé, consentendo, inoltre, di ristrutturare il proprio Sé a partire dalle tre dimensioni più arcaiche dello sviluppo della nostra identità: la dimensione spaziale, la dimensione temporale e la dimensione corporea.

Nella pratica della danzamovimentoterapia, i lavori sullo schema e sull’immagine corporea sono funzionali a far trovare o ritrovare all’individuo la propria unità psicosomatica.

Inoltre, una ristrutturazione in positivo della propria immagine corporea è facilitata e resa possibile dal rapporto dialogico tra individuo/gruppo e/o individuo/danzaterapeuta.

 

Durante il lavoro di DMT, il conduttore e/o il gruppo svolgono un’importante funzione di “specchio”, di rimando della propria immagine, che può anche produrre effetti positivi sull’autostima dell’individuo.

Altra dimensione fondante della DMT riguarda la simbolizzazione corporea; il corpo e il suo linguaggio rappresentano gli strumenti privilegiati, i canali comunicativi principalmente utilizzati dalla persona per mettersi in contatto con aspetti di sé molto profondi, che appartengono all’inconscio, e per favorire l’accesso ad emozioni remote.


L’attivazione psicocorporea in DMT non prescinde quasi mai da una dimensione ludica. La possibilità di “giocare”, di “mettere il corpo in gioco” consente all’individuo sia di esprimersi spontaneamente e creativamente, sia di recuperare una dimensione primitiva e infantile che spesso si perde nella vita quotidiana.

La metodologia operativa della DMTI si esplica all’interno di un setting rigorosamente strutturato nei tempi e negli spazi.


Fondamentale è il valore simbolico ritualistico del setting per connotare il lavoro di DMT come un’esperienza extraquotidiana. Lo spazio di lavoro si caratterizza come uno “spazio protetto”, in cui ci si sente accolti in una relazione non giudicante.

Nel setting, come abbiamo già detto, rigorosamente strutturato e tendenzialmente  mantenuto stabile e neutro nel tempo, possono essere introdotti ed utilizzati vari input come materiali-stimolo (foulards, palline, elastici, ecc..), musiche, particolari tecniche e proposte di movimento, tutti significativi supporti al lavoro di DMT.

La pratica della danzamovimentoterapia è riservata a operatori in possesso di uno specifico profilo professionale, con precisi requisiti formativi e operativi, che l’APID istituisce e promuove, articolandosi con la comunità scientifica internazionale.

La DMT, pur nascendo e sviluppandosi inizialmente in ambito psichiatrico, oggi trova possibilità di applicazione in diversi contesti (riabilitativo, formativo, educativo, promozione della salute) in quanto, grazie ai vincoli definiti dalla strutturazione del setting, risulta funzionale a favorire un assetto ricettivo per entrare in una relazione profonda con l’altro.