Professione Medico, Miti e Fardelli

a cura di Riccardo Gaglio, Psicologo

 

Come mai il medico, oggi, non è ancora completamente disposto a “destrutturarsi”, mettendo a disposizione dell’altro parti più profonde di sé?

E come mai egli stesso non riesce completamente a cogliere ed accogliere i sentimenti e i bisogni del paziente?

La risposta, non semplice, è forse da ricercare nei meandri dei miti e della storia che archetipicamente fondano la figura professionale del medico.

 

La figura del medico è indissolubilmente legata all’arte della cura e al potere della guarigione. Il potere di custodire un rimedio concreto per ogni patologia d’organo contribuisce al diffondere di una rappresentazione sociale che identifica il medico come una sorta di guaritore onnipotente.

In virtù di tale (onni)potenza, la relazione gerarchica tra medico e paziente (guaritore e malato) risulta fortemente sbilanciata a favore del primo: il malato risulta povero e mortale al cospetto del guaritore; i due mondi si rivelano distanti, come se la rappresentazione sociale del guaritore onnipotente allontani le sfere emotive dei due soggetti.

Tanti medici impersonano appieno il ruolo di guaritore onnipotente, assumendo un’atteggiamento carismatico di controllo e potere, consapevoli dell’importanza della propria figura e della propria opera professionale.

I miti, le leggende, le rappresentazioni, tuttavia, così come conferiscono forza ad una categoria professionale, al contempo inducono aspettative sociali che non possono essere disattese: accade così che il paziente, come rappresentante della società, pretenda che il medico non svesta mai i panni di onnipotente. Cosa impossibile in quanto il medico, uomo e dunque perfettibile, non può che umanamente errare.


La gente non ammette che l’elemento mitico o rappresentazionale cada in preda a debolezza o delusione: la gente (tantomeno il paziente) non è disposta a perdonare sbagli o errori: la categoria medica è quella che più di altre subisce denunce per omissioni, incuria od incapacità: più denunce di molte altre professioni d’aiuto come gli psicologi o gli infermieri, gli assistenti sociali o gli insegnanti ai quali, evidentemente la rappresentazione sociale attribuisce minore importanza e aspettative.

L’elemento della denuncia (che è metaforica dell’esternalizzazione di qualcosa di inaccettabile) trasforma la relazione medico paziente: il primo da onnipotente diventa mortale ed attaccabile, il secondo da riverente ed ossequioso diventa aggressivo e carnefice.

Tale ambivalenza pone la relazione medico – paziente in una linea di confine sottile tra la fiducia e la sfiducia, l’accoglienza e il rifiuto, la vicinanza e la distanza.

Risulta così tutt’altro che facile avvicinare i mondi dei due soggetti; per il medico non è certo automatico destrutturarsi e mettere a disposizione del paziente parti più profonde di sé. E’ un avvicinamento difficile, chiaramente inibito dal fardello mitico e di rappresentazione che accompagna la professione medica.


Numerose ricerche che oggi rilevano l’importanza dell’umanizzazione della relazione medico – paziente e che inneggiano all’urgenza di una maggiore vicinanza empatica tra i due mondi, non tengono conto della difficoltà di tale avvicinamento: tali ricerche indicano una strada precisa ma non i mezzi per percorrerla.

Se pretendiamo che i medici si mettano nei panni dei pazienti, faremmo bene, prima, a pretendere che qualcuno si metta in quelli del medico, misurando il carico delle aspettative sociali alle quali deve rispondere.

Se io fossi un medico e qualcuno mi dicesse che per svolgere meglio la mia professione devo necessariamente umanizzare la mia relazione con i pazienti, non mi sentirei compreso. Mi senitrei compreso, invece, se costui, prima di chiedermi di immedesimarmi con le emozioni e le debolezze del paziente, si immedesimasse con la mia situazione e capisse le mie difficoltà, comprendendo l’ambivalenza che caratterizza non soltanto la mia relazione con il paziente ma la mia stessa identità professionale, come dimostra il mito di Chirone, il mito del guaritore ferito.

 

Chirone è un centauro, una creatura mostruosa biforme che ha la metà superiore del corpo umana (testa, busto, braccia) e quella inferiore equina (le quattro zampe e la groppa). La sua natura di centauro però si limita al solo aspetto esteriore. Infatti non condivide con queste creature mitologiche né l’origine né l’indole. I centauri sono incolti, brutali, ubriaconi dal carattere iracondo. Chirone invece è saggio, mite, figlio del dio Crono e dell’oceanina Fìlira. Il suo aspetto fisico gli viene dal padre che, colto in adulterio dalla moglie Rea, per sfuggirle si trasforma in stallone.

Dopo essere stato ripudiato dalla madre a causa del suo aspetto raccapricciante, Chirone è condotto sul monte Pelio, in Tessaglia, dove in una grotta fissa la sua residenza e ne diventa il nume.

Chirone cresce saggio. Esperto anche di Astronomia, Musica, Arti della guerra, applica le sue conoscenze di Botanica per la guarigione degli infermi che pratica anche con l’uso delle mani. Il suo nome infatti, Χείρων è forma ipocoristica di un altro più lungo, il quale fa riferimento all’abilità sanatrice della mano di lui (χείρ, χειρός in greco è la mano da cui derivano le parole Chirurgia e chirurgo, la scienza ed il medico che opera e cura operando con la mano).

Autodidatta mette le sue conoscenze al servizio degli altri, accogliendo coloro che vogliono foggiarsi nel corpo e nella mente: il dio Apollo e suo figlio Asclepio (nato con parto cesareo e dio della Medicina), Achille (che secondo la tradizione greca più antica aveva specifiche competenze in medicina: una famosa tazza attica della fine del VI secolo a. C. rappresenta l'eroe mentre sta medicando Patroclo.), Eracle, Atteόne (valentissimo nella caccia ma che si macchia di βρις e, tramutato in cervo da Artemide, viene sbranato dai suoi stessi cani), Alcone (eroe attico abilissimo nel tirar con l’arco), Aristeo (noto per avere insegnato agli uomini l’apicoltura, l’arte di lavorare il latte, alcuni espedienti della caccia e della viticultura), Giasone (l’eroe il cui nome è legato all’impresa per la conquista del vello d’oro e all’amore funesto di Medea) sono solo alcuni dei suoi leggendari allievi.

Poiché figlio di un dio, Chirone è immortale. Tuttavia per errore oppure, a seconda delle diverse tradizioni, per inavvertenza sua o dell’amico Eracle, gli cade sul piede una saetta intrisa con il veleno letale dell’idra. Non muore ma la ferita che si genera è dolorosissima e insanabile. Perciò ogni giorno, prima di prendersi cura dei suoi allievi, è costretto a prendersi cura della propria ferita per poter adempiere pienamente al suo ruolo di maestro e di medico.

 

Essere ibrido che in sé comprende due nature, una divina ed umana, l’altra animale, nell’accezione peggiore del termine (vedi gli altri centauri), Chirone sceglie di farsi guidare dalla prima natura e dà alla sua esistenza un indirizzo che diventa sotto ogni profilo esempio di grandi virtù umane: ricerca con l’esperienza il sapere condividendo le conoscenze acquisite per mezzo dell’insegnamento. Diviene perciò non solo il primo chirurgo ed esperto nell’arte officinale ma anche il simbolo dell’insegnamento come apprendimento tratto dall’esperienza e del tutorato come forma di educazione pedagogica incarnando così anche l’ideale paideutico, fulcro della civiltà greca. Ma c’è dell’altro. Lui ad un tempo taumaturgo ed infermo, orribilmente sofferente, sviluppa una profonda consapevolezza del dolore rappresentando perciò un concetto di grande importanza nella pratica della medicina e della relazione medico-paziente.

Fuor di mito e metafora, appare evidente che, per svolgere al meglio la sua professione ed occuparsi in maniera adeguata del suo paziente, il medico – Chirone deve prima occuparsi delle sue ferite che, come detto, sono rappresentate dalle sue difficoltà, dubbi, debolezze, fragili emozioni. Se nessuno cura le ferite del medico, questi non curerà quelle dei pazienti.

Oggi è importante costruire degli spazi ad hoc per permettere ai medici di esternare emozioni, difficoltà, bisogni, destinati altrimenti a rimanere inespressi.

Con tale finalità sono stati ideati proprio i focus group ed i gruppi di formazione ed auto-aiuto.

 

Il focus group è una forma di ricerca qualitativa, in cui un gruppo di persone si interroga (o è interrogato) riguardo al proprio vissuto o atteggiamento personale nei confronti di un concetto, un’idea, un tema, una situazione. Le domande sono fatte in un gruppo interattivo, in cui i partecipanti sono liberi di comunicare tra loro. I focus group sono uno strumento importante per l'acquisizione di feedback e informazioni importanti riguardo al tema in questione. In questo caso le informazioni ed i feedback sono evidentemente volte all’acquisizione delle problematiche emotive e relazionali che i medici vivono nel rapporto con il paziente.

 

Il gruppo di formazione ed auto - aiuto per medici e operatori sanitari, mira alla prevenzione dello stress professionale e della sindrome del “burn-out” attraverso la condivisione, in un setting costante e protetto, di vissuti e problemi, in un assetto di gruppo in cui si sviluppano naturalmente processi di creatività e di reciproco sostegno.


Lo strumento gruppale tende ad esaltare la crescita della persona e lo sviluppo ed il miglioramento della comunicazione e dei rapporti interpersonali, attraverso un processo di esperienza diretta.

All’interno del gruppo verrà creato uno spazio mentale in cui ognuno avrà la possibilità di esprimere i propri dubbi o le proprie frustrazioni vissute in ambito lavorativo, e attraverso l’ascolto attivo e l’utilizzo delle avanzate e complesse tecniche di comunicazione gestite dallo Psicologo e/o del counselor, vi sarà la possibilità di elaborare significati ed emozioni insieme ai colleghi che fungeranno da sfondo e da rete nutriente.


Secondo le più moderne ricerche, la partecipazione a gruppi costituiti da persone che rivestono lo stesso ruolo professionale e che quindi vivono problemi simili, consente una reale prevenzione di stati d’animo negativi, come la situazione di “stymulus overload”. Esso consiste nella sensazione di inadeguatezza rispetto alle richieste che il soggetto sente provenire dal mondo esterno, o di una scarsa autostima, o di difficoltà nel progettare il futuro e nell’automotivazione, oltre che di scarsa fiducia nelle relazioni sociali e professionali; tutte queste ultime sono caratteristiche legate a stati di stress o di distress accumulato in situazioni lavorative complesse.

L’organizzazione del gruppo prevede una cadenza quindicinale ed una durata di circa due ore.

Tanto è necessario per permettere al guaritore ferito di occuparsi delle proprie ferite prima di curare il prossimo.