A Proposito di Maschile e Femminile

a cura di Riccardo Gaglio, Psicologo prenatale

 

Questo breve lavoro prova ad approfondire un argomento fondamentale per un uomo e una donna che si preparano ad accogliere una nuova vita: l’importanza della necessità che il “maschile” e il “femminile” lavorino in team per un progetto creativo che non si esaurisce con la nascita, un team che sappia perdere l’identità periferica a favore di uno spazio comune; una “coniucto” tra maschile e femminile da raggiungere sia a livello d’identità soggettiva che a livello di relazione di coppia; al di là dell’importanza della preparazione fisica che molte donne oggi pretendono prima del parto non possiamo dimenticare l’enorme importanza di una preparazione psicologica che coinvolga entrambi gli elementi della coppia.

 

Ogni esperienza di vita richiede al tempo stesso energia e meditazione, impeto e pazienza, maschile e femminile, intese come modalità psicologiche ancestrali e trasversali, non del tutto sovrapponibili rispetto al sesso biologico. Il maschile, infatti, come energia psichica, si caratterizza per l’impeto, la tenacia, ma al tempo stesso la violenza e la brutalità; nessun maschio sarebbe veramente uomo se non contenesse in sé elementi di quella femminilità, intesa invece come capacità di accoglienza, come semplice stare, ma che nel suo versante assoluto e patologico risulterebbe altrettanto problematica. In un mix di forza e determinazione, misto a sensibilità e perseveranza, ciascuno gioca la sua partita; dal concepimento di sé al parto del proprio bambino, come in tutti i momenti in cui c’è in gioco la vita, il maschile ed il femminile si incontrano e si compenetrano. Influenze culturali di diverso genere hanno portato l’uomo a smarrire la sua femminilità, come la donna a stemperare la sua mascolinità, perdendo ciò che era invece, forse inconsapevolmente, noto già agli antichi.

Tra i miti dell'antica Grecia, che racchiudono spesso tra le pieghe delle narrazioni fantastiche significati profondi e interpretazioni esemplari delle vicende psicologiche dell'uomo, ce n'è uno - quello di Tiresia - che ben si presta a cogliere l'ambivalenza della sessualità umana, offrendoci una chiave di accesso agli aspetti più nascosti e complessi di essa.
Tiresia, secondo la mitologia greca, era uno dei pochi esseri umani ad avere provato personalmente la bisessualità. Un giorno, sul monte Cilene, vide due serpenti nell'atto di accoppiarsi. Per difendersi dal loro attacco colpì con il bastone la femmina, uccidendola. Subito fu trasformato in donna e divenne una celebre prostituta. Sette anni dopo si trovò nello stesso luogo di fronte alla stessa scena: questa volta ad essere colpito fu il maschio. Tiresia recuperò la precedente virilità. Dall' esperienza diretta di entrambe le condizioni Tiresia trasse una particolare conoscenza in fatto di sessualità, al punto che Zeus ed Era si rivolsero a lui per metter fine ad una animata lite di coppia che ruotava attorno all'interrogativo: chi trae maggior piacere dall'atto sessuale, l'uomo o la donna? Ciò che nel mito è interessante non è solo il transessualismo bidirezionale di Tiresia (da uomo diventa donna e da donna ritorna ad essere uomo), ma la condizione originaria, simboleggiata dai due serpenti intrecciati, di un iniziale bisessualismo. E' come se i due generi – il maschile e il femminile - si originassero nella loro identità specifica solo a seguito della scissione di quell'intreccio unitario.
Identico messaggio ritroviamo nel famoso mito degli androgini, raccontato da Platone nel Convivio. Questi particolari esseri viventi, uomo-donna (andro/gini), furono da Zeus tagliati a metà, dividendo la parte maschile da quella femminile, per indebolirne la potenza. Narra il mito che a seguito di questa separazione ogni metà (che Platone definisce " symbolon") desiderava ardentemente ricongiungersi all'altra metà e nulla volevano più fare divise l'una dall'altra.
Archetipo della ricerca amorosa, questa immagine è anche diventata l'espressione simbolica più efficace della riunificazione degli opposti.
L'ipotesi di un originario bisessualismo non trova conferme solo a livello mitico-antropologico ma anche biologico; se infatti facciamo riferimento allo sviluppo embrionale, nelle prime settimane di gestazione assistiamo ad una sorta di indifferenziazione anatomica dei due sessi; o ancora dal punto di vista ormonale, laddove in ogni individuo sono presenti (ab originem) ormoni sia maschili che femminili con percentuali diverse e variabili e con notevole influenza sui meccanismi che regolano anche l' attività sessuale e le espressioni emotive.
Per quanto siano dominanti in un uomo le caratteristiche della mascolinità e in una donna quelle della femminilità, elementi del sesso opposto sono comunque presenti.
Carl Gustav Jung è certamente l’autore che più d’ogni altro ha parlato dell’intima relazione che, da un punto di vista archetipico, lega il mondo del maschile-paterno a quello del femminile-materno. Fu lui per primo a dire che in ogni essere umano esistono elementi del sesso opposto; anche se è frequente che egli possa non “riconoscerli”, essi sono comunque presenti: così come per ogni uomo orientato alla competizione, alla forza, alla moralità, alla legalità, al logos, vi sarà una parte nascosta di sé (che Jung chiama “anima”) legata all’emotività, alla creatività, alla cura, all’accoglienza, allo stesso modo per una donna orientata alla cura, all’accudimento, all’emotività, all’accoglienza vi sarà una parte nascosta (che Jung chiama “animus”) legata ad espressioni tipiche della mascolinità. Se però è vero che nel pensiero junghiano appaia questa intima necessità della “coniucto” tra il “maschile” e il “femminile”, lo stesso autore fa spesso riferimento a miti ed archetipi che, a prima vista, sembrerebbero riferirsi unicamente all’idea di un “maschile” e di un “femminile” separati e autonomi.
Nel caso dell’archetipo della Grande Madre, ad esempio, il femminile-materno viene rappresentato da una forza primordiale e autonoma, potenza creatrice da cui ogni cosa ha origine; un mito, quello della Grande Madre, sopravvissuto in alcune culture primitive, ad esempio quelle melanesiane, dove la donna viene sempre immaginata come generatrice di bambini senza l’intervento del compagno maschio oppure nella più vicina cultura cattolica che ha mantenuto l’idea di Madre geneneratrice Vergine, fecondata non da uomo ma dallo Spirito Santo. L’atto procreativo, dunque, “è la Madre”. Se però da un lato il mito dell’autonomia generatrice del femminile-materno è il carattere saliente dell’archetipo della Grande Madre, dall’altro la sua potenza creatrice svela l’aspetto ambivalente della figura materna, detentrice della possibilità di dare vita, ma di condurre anche alla morte, di proteggere, abbracciare ma anche di inghiottire, ecc…; è in questa istanza che il mito recupera l’importanza dell’introduzione dell’elemento maschile-paterno; nel mito di Demetra, per esempio, tutti questi aspetti sono rappresentati: la Grande Madre, Demetra, genera Kore senza che vi sia traccia dell’unione con Zeus; la rabbia distruttrice di Demetra per il ratto di Kore rappresenta l’aspetto distruttivo, terrificante, oscuro e inglobante della Grande Madre che vuole trattenere la figlia lontana dal mondo maschile; infine l’intervento di Ade rappresenta l’intervento necessario del Maschile che insieme con l’elemento femminile determina una vera nascita di Kore come individualità psicologica, individuazione che può essere garantita dalla fine del rapporto con la madre. Anche l’universo archetipico del maschile-paterno si collega spesso ad elementi tipici di una supposta autonomia; le caratteristiche di forza, conquista, razionalità, fermezza, moralità, capacità di autorealizzazione ed autodisciplina, rinviano ad un ideale di autonomia e indipendenza: tutt’oggi negli U.S.A. è osannata la figura del Self-made man (letteralmente “uomo che si è fatto da solo”) che non rinvia semplicemente all’immagine di uomo indipendente che non deve chiedere mai, ma a un neologismo che indica la perdita di tracce genealogiche o al limite una possibile autofecondazione di tipo maschile (corrispettivo della partenogenesi femminile della Grande Madre); o ancora l’uomo “tutto d’un pezzo”, simbolo di integrità morale ma anche metafora fallica della “rigida” stoltezza di uomo che si perde “altri pezzi” di sé.
Tornando a Jung è dunque bene non dimenticare i nostri pezzi d’identità lasciati fuori dalla nostra coscienza soggettiva e socio-culturale. Jung ci dice che il cammino che porta ogni soggetto ad una sana individuazione è proprio quello che ha come obiettivo la “coniucto oppositorum”. Una coniucto che lega il mondo della coscienza (o il mondo della cose che ci fa comodo conoscere o “riconoscere”) con il mondo dell’inconscio (o il mondo delle cose che è difficile da conoscere o “riconoscere”), il mondo del maschile con quello del femminile; la strada che porta all’individuazione è rappresentata proprio dalla figura archetipica del Sé, simbolo del congiungimento di due sistemi psichici parziali e complementari; è anche sul piano spirituale uno dei compiti più gravosi per l’uomo che implica una enorme metamorfosi della personalità, un grande sentimento di umiltà e un mutamento di atteggiamento nei confronti della vita. Ma se il processo d’individuazione implica il raggiungimento di un autentico sentimento di integrazione interiore con il quale l’uomo e la donna vengono in stretto contatto con parti Altre in loro stessi, il raggiungimento del Sé è anche un processo oggettivo di relazione che implica la relazione e la scoperta dell’altro come diverso da sé. Questo per spiegare che il cammino che ci porta alla scoperta e al rispetto delle parti più intime e nascoste di noi stessi, è legato al percorso che ci porta alla scoperta e al rispetto delle parti degli altri che ci sono più lontane; essere più sani e sintonici con noi stessi significa esserlo anche con il prossimo: così come nella donna l’integrazione dell’animus la renderà piacevolmente femminile ma nel contempo capace di realizzarsi nel mondo del lavoro e soprattutto di comprendere amorevolmente la natura dell’uomo, allo stesso modo nell’uomo l’integrazione dell’anima lo rende più creativo nel lavoro, più sentimentale e capace di interagire armonicamente e amorevolmente con la propria donna.
L’essere umano che realizza il raggiungimento del Sé sarà anche colui che si avvicinerà maggiormente alla dimensione di una autentica capacità generativa: infatti il processo di individuazione e la generatività, nel senso più ampio del termine, sembrano andare di pari passo. Dapprima identità in fieri, il Sé può essere visto come “figlio”, in quanto potenzialità protesa all’espressione; successivamente il raggiungimento delle proprie parti nascoste segna il passaggio alla dimensione ‘paterna’ del Sé. Il sé-padre, allora, è in primo luogo una conquista: solo chi è capace di far emergere il proprio Sé (ovvero far emergere quanto vi è di potenziale ed autentico in sé), sarà capace di farlo con un figlio proprio. Non a caso il significato originario del termine “educazione” non si riferisce solo all’ “aver cura” ma anche al “portare fuori”, ovvero permettere la manifestazione di quanto c’è di potenzialmente autentico nel proprio figlio; nella direzione opposta vanno quegli uomini e quelle donne che vogliono essere genitori ancor prima che soggetti “ben individuati”: si tratta di persone che spesso immaginano il figlio molto prima del suo concepimento e che lo modellano quasi come fosse creta riferendosi ad un modello interno basato sull’ archetipo di bambino-perfetto; tale archetipo, tra l’altro, li porterà ad attribuire al figlio qualità e capacità desiderate. Il bimbo che nasce, tra l’altro, difficilmente potrà corrispondere all’immagine sognata: il genitore, allora potrà rifiutarlo o tentare di farlo diventare come desidera, costruendo attorno a lui una gabbia di aspettative dalle quali è difficile liberarsi: il figlio potrà essere rifiutato perché ha un handicap fisico o è malato (il bambino cercherà di fare il possibile per assumere un comportamento “normale”), perché appartiene al sesso stigmatizzato (spesso quello maschile) o destinato all’infelicità (quello femminile) (in questo caso il bambino assumerà probabilmente atteggiamenti del sesso opposto o potrà orientarsi verso il transessualismo); o al contrario nel caso in cui corrisponda all’immagine sognata potrà essere scoraggiato a manifestare altri aspetti, magari più profondi, del Sé; in ciascuno di questi casi, mai tuttavia il bambino potrà manifestare ciò che in sé vi è di potenziale e autentico.
L’individuazione, il raggiungimento del Sé, l’integrazione del maschile e del femminile sono dunque elementi fondamentali per un’autentica capacità generativa: ciò è vero nondimeno al momento del parto, massima espressione di capacità procreativa; in un parto naturale la donna deve certamente entrare in contatto con la sua parte più femminile, mostrando capacità di ricettività e abbandono, entrando a stretto contatto con le forze della natura, raggiungendo uno stato alterato della coscienza, “aprendosi” e lasciandosi “attraversare” dal dolore e accogliendo il proprio bambino; deve tuttavia anche manifestare la sua parte maschile, deve lottare, farsi forza, competere, autodisciplinarsi, ecc… Dall’altra parte, l’uomo al momento del parto deve certamente proteggere e stare a guardia della sua “fortezza” rappresentata dalla moglie che sta partorendo, ma dovrà anche utilizzare la sua parte femminile, il suo “principio di non intervento”, riuscendo ad avere pazienza, saper aspettare, non intromettersi, ecc…