LA CRISI DELLA COPPIA

a cura di Antonella Cosentino

 

 Quanta letteratura, quanto teatro, quante opere cinematografiche dei secoli scorsi  hanno contribuito al costituirsi nella coscienza collettiva del mito dell’amore eterno, perenne, incorruttibile, avulso dai compromessi di ogni genere che imperversano nella vita di tutti i giorni, rendendola meschina ed arida e dalla quale possiamo essere riscattati soltanto dall’AMORE.

Dai “Promessi Sposi” al “Dottor Zivago” a “Giulietta e Romeo” si assiste all’esaltazione di questo sentimento umano che come tale, tuttavia risente, come si evince dalle ultime ricerche scientifiche sull’argomento, di quella complessità psicologica tipica dell’essere umano.


Il matrimonio, visto come unione eterna fra due esseri, è considerato una cellula fondamentale del tessuto sociale e unione imprescindibile, da una certa cultura cattolica, necessario soprattutto a garantire una certa sicurezza e solidità sociale, negandone, tuttavia, gli aspetti paradossali e dialettici che lo caratterizzano.

Molti ricercatori come Eric Berne, studiando la psiche umana, sono arrivati a definire il matrimonio come un incontro pseudoterapetico dove ciascuno dei due partner trova nell’altro una funzione compensatoria dei propri tratti carenti o le caratteristiche di personalità che più ricordano al soggetto le persone a lui familiari.

In sostanza, il matrimonio è costituito da un transfert e da un controtransfert che porta a vedere nell’altro il completamento delle proprie incompletezze.

Sembra, infatti, che l’esigenza del matrimonio parta dalla percezione della propria incompiutezza e dall’esigenza di compensarla attraverso le caratteristiche dell’altro che a loro volta si incastano con quelle proprie.

Al di là di questo aspetto il matrimonio sembra avere anche degli risvolti positivi per l’individuo, per esempio dal punto di vista biologico svolge la funzione di aumentare il metabolismo e l’omeostasi e di aumentare la possibilità di riscattarsi dal passato favorendo lo svincolo dalla dipendenza dai genitori.

Gli studi più recenti sulla coppia, sono quantificabili, in ordine di tempo, in un quarantennio.

La prima conclusione cui ha condotto lo studio sulla coppia è che essa è composta da tre elementi: due individui ed una relazione e pertanto ciascuna parte deve essere analizzata dal momento che ciascuna riveste una propria importanza.

Ad esempio, qualunque cosa una persona faccia, bisogna che l’altro risponda e questa risposta modella sia la persona che riceve che quella che trasmette, questa sequenza ripetuta dà origine ad una serie di regole per la relazione.

Sostanzialmente quando una persona sente minacciato il proprio senso di autostima e la propria identità si allontana dal rapporto attaccandolo.

Nel tempo, sono emerse quattro nuove idee che possono cambiare i modi in cui i membri di una coppia si rapportano, per giungere a costituire così una coppia sana.

1)    La prima idea presuppone che la possibilità di creare una coppia sana dipende dalla capacità di avere un senso di eguaglianza rispetto all’altro.

2)    La seconda idea prevede che ogni persona maschio o femmina che sia, contenga parti intuitive e parti cognitive e per funzionare al meglio queste parti devono essere sviluppate ed integrate.

In passato l’uomo rivestiva il ruolo cognitivo all’interno della coppia e la donna il ruolo intuitivo vivendosi ciascuno come incompleto rispetto all’altro.

La relazione dunque diventava una questione di vita o di morte. Tuttavia il demandare all’altro una parte di se stessi richiede la “morte del sé” al servizio della “sicurezza amorosa” ma ciò ha come conseguenza degli effetti catastrofici come senso di colpa, ansia e paura.

Oggi si sa che nella coppia l’individuo deve combattere per diventare un intero, poiché, questi effetti catastrofici scompariranno quando si raggiungerà la propria interezza, per cui una relazione sana può instaurarsi solo tra persone che si sentono di eguale valore l’una rispetto all’altra e la terapia, dunque, deve andare in questa direzione.

3)    Il terzo principio dice che l’identità deve essere separata dal ruolo. Infatti in passato il ruolo costituiva il fattore più importante nella strutturazione dell’identità.

Gli uomini e le donne erano imprigionati nel loro ruolo maschile e femminile dove il primo aveva una posizione dominante rispetto al secondo che doveva comunque sottostare con gravi conseguenze per il benessere e l’integrità della persona.

Anche se oggi ancora resistono in certi ambienti dei ruoli così rigidi ed è considerata un’eresia l’idea che diventare una persona costituisca l’obiettivo principale della vita, tuttavia è sempre più chiaro che è il soggetto a prendere le decisioni a prescindere dal ruolo rivestito.

4)    Il quarto principio dice che le difficoltà ad affrontare i problemi all’interno di una coppia sono sempre riconducibili alla scarsa stima di sé dei due partner.

In genere la bassa stima di sé aumenta anche i meccanismi proiettivi all’interno della coppia, dove si proietta nell’altro l’idea che si ha di sé.

La salute corrisponde alla possibilità di trattare con la persona reale senza investirla di idee proiettive che nascondono la scarsa stima di sé.

Pertanto, è diventato sempre più chiaro che l’assenza della patologia non coincide, automaticamente, con la salute di una coppia e quindi, per formare una coppia sana, è necessario che ciò venga insegnato e molti terapeuti lavorano in tal senso come nel Centro di Composizione Familiare dell’Accademia Palermitana di Psicologia Integrata dove queste tecniche possono essere agevolmente apprese.

In conclusione, soltanto nella coppia fondata sulla libera scelta reciproca e condivisa, può trovare spazio una nuova modalità dello stare insieme, basato sull’acquisizione di nuove abilità relazionali dove può attuarsi l’evoluzione dei singoli individui in una maggiore sintonia anche con le esigenze del divenire sociale.

Oggi, il duale di coppia viene quindi pensato come ambito di stimolo del divenire dei singoli.